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24/01/2024 - Maria Rita Lagostena

Spazi inclusivi, una lente in grado di ampliare la percezione della disabilità

Una bambina di otto anni, affetta da disabilità motoria e che si sposta negli spazi interni con un deambulatore posteriore, ha scritto: “Lo sport che preferisco è la corsa con i salti”.

Questa frase, semplice e diretta, in risposta ad una specifica domanda, sposta il punto di vista ad un’altra dimensione: correre coi salti, utilizzando un deambulatore, è semplicemente un altro modo di farlo e comunque e rimane una corsa coi salti.

Se si riesce ad adottare questo concetto nella progettazione di un oggetto, di un componente, adatto ed adattabile alle esigenze di una persona con disabilità, e rendere il prodotto non solo efficiente dal punto di vista prestazionale, ma anche per forma, materiale, colore e renderlo quindi “inclusivo”, non classificabile con il prontuario sanitario e non necessariamente identificabile con la disabilità, si raggiunge un obiettivo sociale.

Oggi il mondo del design permette di realizzare una vasta gamma di prodotti che rispondono alle esigenze delle persone affette da disabilità, senza venir meno a quelli che sono i requisiti prestazionali e di sicurezza.

A questo punto è doveroso fare un passo indietro sino al 1989 ed all’entrata in vigore della Legge 13 e del DM 236/89. Senza addentrarci nei vari articoli e nelle specificità delle prescrizioni, oggi si può operare “oltre la norma”, sia in ambito privato che in quello pubblico, garantendo la fruibilità e quindi accessibilità e inclusione del prodotto progettato, usufruendo delle innovazioni tecnologiche e prestazionali che il mercato offre in questo ambito. Dal 1989 ad oggi sono trascorsi più di trent’anni ed è inimmaginabile che non ci sia stata un’evoluzione delle attrezzature prettamente tecniche, dei componenti dell’arredo di interni (bagno, cucina, camera da letto, per citarne alcuni), dell’arredo urbano ( giardini pubblici, giochi per bambini, percorsi attrezzati, etc), pertanto è un dovere sociale, nei confronti di chi ha determinate necessità, adoperarsi affinché siano rispettate le esigenze che traguardano obiettivi inclusivi.

Il termine inclusione deriva dal latino “inclusio” l’atto di includere, cioè di inserire “in un tutto”. Pertanto quando usiamo questa parola all’interno di un processo progettuale dobbiamo essere oltremodo rispettosi ed eticamente corretti nell’affrontare il compito assegnato ed avere la conoscenza, non solo delle esigenze della committenza, ma anche di tutto ciò che offre il mercato ed anche di ciò che può essere adattato.

Un altro aspetto importante, nella progettazione di componenti inclusivi, è quello legato al costo: alcune soluzioni e determinati componenti spesso hanno un prezzo piuttosto elevato, che non tutte le famiglie possono affrontare.

La scelta di un prodotto innovativo per modello, materiale e colore, in molti casi, si trasforma nella chiave di volta per vivere più serenamente una condizione difficile, per strappare un sorriso in una giornata dove la fatica fa da padrona.

É fondamentale per persone, affette da disabilità, poter vivere in un ambiente accessibile, confortevole e piacevole. Quest’ultimo termine è una costante ogni qual volta acquistiamo un arredo per la casa o altro ed allora perché non può far parte del mondo della disabilità?

Per fare questo bisogna cambiare prospettiva e traguardare l’obiettivo di un “costo democratico” (utilizzo questo termine perché facilmente comprensibile e che coinvolge eticamente). Il produrre elementi ad un costo accessibile si può ipotizzare catalogato in una “sezione inclusiva - light” delle aziende che già operano nel settore; si potrebbe ipotizzare un prezziario univoco, per alcuni componenti, in modo da non creare discriminazioni ed offrire un servizio sociale che abbia come obiettivo il benessere della persona.

Pertanto il catalogo potrebbe proporsi sul mercato come un prontuario parallelo a quello sanitario, rivolto a privati ed enti pubblici.
Liberamente tratto dal libro “Il Piccolo Principe”: “Si devono pur sopportare dei bruchi se si vogliono vedere la farfalle, dicono siano così belle!”.

architetto Maria Rita Lagostena
Maria Rita Lagostena, nata a Genova nel maggio del 1958, si laurea in Architettura presso L’Università degli Studi di Genova nel 1984. Madre di tre figlie, dopo la nascita di Marta si è dedicata agli aspetti legati alla vita sociale per i bambini con disabilità, soprattutto per quanto riguarda l’ambito scolastico e le sue iterazioni con il quotidiano.

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