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19/06/2026 - Tieffe

Progettare l’autonomia: nuove visioni per gli spazi del vivere

Maria Rosaria Motolese racconta come tecnologia, formazione e cultura dell’accessibilità possano trasformare gli ambienti in luoghi realmente inclusivi

Negli ultimi anni il tema dell’accessibilità ha cambiato forma, significato e anche linguaggio. Non è più solo una questione tecnica — rampe, misure, normative — ma un modo diverso di pensare gli spazi e, soprattutto, pensarli per le persone che li abitano.
Oggi progettare accessibile significa progettare per tutti, senza distinzioni. Significa immaginare ambienti capaci di adattarsi alle esigenze, alle fragilità e ai cambiamenti che accompagnano ogni fase della vita.

È su questo terreno che si muove da anni l’ingegnere Maria Rosaria Motolese tra ricerca, progettazione e confronto continuo con il mondo delle aziende, della ricerca e dei servizi territoriali. Un percorso che l’ha portata a collaborare con realtà come il CAAD Centro Adattamento dell’Ambiente Domestico della provincia di Bologna ed anche con Exposanità, il Forum della Non Autosufficienza e il nuovo TechCare Expo.

Il suo sguardo è concreto, mai teorico. E restituisce un’idea molto chiara: l’accessibilità non è un tema “di nicchia”, ma una leva fondamentale per ripensare i luoghi del vivere.

La Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità (CRPD) è chiarissima nel definire ruolo e “responsabilità” dello spazio abitato: “la disabilità è il risultato dell’interazione tra persone con menomazioni e barriere comportamentali e ambientali che impediscono la loro piena ed effettiva partecipazione alla società su base di uguaglianza con gli altri”.

Accessibilità: da dove si parte oggi per progettare davvero spazi inclusivi?

Il punto di partenza è cambiato radicalmente: è mutato soprattutto lo sguardo. Se fino a pochi anni fa il tema era quasi interamente legato all’eliminazione delle barriere architettoniche, oggi l’attenzione si è spostata su una visione più ampia e complessa. L’accessibilità non riguarda più solo ciò che si elimina, ma ciò che si progetta: gli spazi vengono osservati nel loro insieme, nel modo in cui vengono vissuti, attraversati e utilizzati ogni giorno.
Non si tratta più di adattare un ambiente a posteriori, ma di pensarlo fin dall’inizio in chiave inclusiva. È questo il vero cambio di paradigma. Progettare in anticipo significa evitare interventi correttivi e costruire luoghi che funzionano davvero per tutti, senza bisogno di soluzioni aggiunte o “dedicate”. Un’accessibilità efficace, oggi, è quella che non si vede, ma che si percepisce nella naturalezza con cui facilita la vita quotidiana.

In questo scenario, che ruolo gioca la tecnologia? È davvero una leva efficace per l’autonomia?

La tecnologia gioca un ruolo sempre più centrale quando si parla di accessibilità, ma va letta con uno sguardo attento. Negli ultimi anni le soluzioni disponibili — dalla domotica alle tecnologie assistive sempre più avanzate — hanno compiuto un salto significativo, diventando strumenti concreti per sostenere l’autonomia delle persone: permettono di semplificare i gesti quotidiani, aumentare i livelli di sicurezza e, in generale, collaborare a migliorare la qualità della vita.
Allo stesso tempo, però, emerge un paradosso evidente: più la tecnologia evolve, più rischia di allontanarsi dalle persone. Per le innovazioni tecnologiche, il principale ostacolo è infatti l’accessibilità economica che ne limita la diffusione, soprattutto nelle fasi iniziali; con il passare del tempo, migliora però questo aspetto proprio perché la tecnologia che prende piede riesce ad essere prodotta a costi minori.
La vera sfida non è solo sviluppare soluzioni sempre più innovative, ma riuscire a renderle davvero inclusive sin da subito. Significa progettare strumenti che non siano soltanto avanzati, ma anche accessibili, utilizzabili e pensati per essere realmente alla portata di tutti.

Quanto conta il confronto con aziende, università, fiere, luoghi della comunicazione, nel far evolvere l’accessibilità come requisito intrinseco nella progettazione di spazi, componenti e tecnologie?

È un confronto decisivo. Il dialogo con aziende, ricerca, università ma anche con gli utenti finali non è un aspetto marginale, anzi è una componente strutturale dell’evoluzione dell’accessibilità. Nel mio percorso ha rappresentato un passaggio fondamentale, perché ha permesso di mettere in relazione approcci diversi e di allargare lo sguardo oltre il perimetro della progettazione tradizionale.
In particolare, le fiere di settore — come Exposanità, il FNA e TechCare Expo — si rivelano spazi privilegiati in cui le idee prendono forma attraverso il confronto diretto. Sono luoghi di connessione, dove si intrecciano esperienze, si condividono soluzioni e dove si può toccare con mano, far provare e testare, in tempo reale, i prodotti esposti,per un’esperienza più ampia e concreta oltre l’e-commerce preponderante.
Ed è proprio da queste esperienze che emerge un’esigenza sempre più chiara: creare occasioni di dialogo in cui l’accessibilità non sia soltanto un tema tecnico, ma diventi un vero e proprio terreno di confronto culturale.

Dopo questi confronti, come si traduce questa visione nella quotidianità? Che ruolo continua ad avere la casa?

In questo scenario, la casa resta un punto di riferimento centrale, ma va riletta con uno sguardo nuovo. Non è solo uno spazio fisico, ma il primo luogo di autonomia, quello in cui le persone costruiscono la propria quotidianità e misurano, concretamente, l’efficacia di un progetto, di un prodotto.
È proprio nell’ambiente domestico che l’accessibilità diventa reale, vissuta e non solo teorica. La possibilità di restare nella propria casa il più a lungo possibile rappresenta un’esigenza sempre più forte, strettamente connessa all’accessibilità degli spazi e qui la progettazione fa davvero la differenza.
Una casa ben progettata, infatti, non migliora solo la qualità della vita di chi la abita, ma contribuisce anche a sostenere chi se ne prende cura. Il ruolo del caregiver, spesso poco visibile, diventa più sostenibile quando gli spazi sono pensati in modo funzionale e inclusivo, nel rispetto delle esigenze di tutti i suoi abitanti.

Può indicarci un esempio concreto di attività connesse alla progettazione inclusiva applicata all’ambiente domestico?

Un esempio è rappresentato dal lavoro del CAAD Centro per l’adattamento dell’ambiente domestico Il CAAD è un servizio pubblico di consulenza per l’adattamento dell’ambiente domestico, attivato dalla Regione Emilia Romagna in tutte le sue province. I centri offrono una consulenza di primo livello per soluzioni e interventi utili a riorganizzare gli spazi interni, per superare gli ostacoli ambientali e le barriere architettoniche; l’obiettivo è facilitare le attività quotidiane della persona con fragilità, disabilità o anziana, migliorando, laddove possibile, la sua autonomia negli spazi. Questo servizio fornisce anche indicazioni sulle possibilità di accesso ai contributi e alle agevolazioni fiscali, ai prodotti e agli ausili presenti sul mercato ed anche ai servizi del territorio.
Da diversi anni collaboro con il CAAD di Bologna. Qui ogni intervento nasce da un dialogo continuo tra le professionalità diverse che compongono l’equipe multidisciplinare: architetto, ingegnere, domotico, terapista occupazionale, educatore e operatore sociale. È un lavoro di squadra che consente di affrontare ogni situazione nella sua complessità e unicità, in risposta alle esigenze della persona per la quale è richiesta la consulenza del CAAD.
L’elemento più interessante è il coinvolgimento diretto delle persone e dei caregiver e familiari, oltre ad un lavoro di integrazione con i servizi territoriali socio-sanitari (spesso sono proprio servizi che attivano la consulenza del Caad per la singola persona, presa da loro in carico).Gli utenti non sono semplici destinatari delle soluzioni, ma diventano parte attiva fondamentale di riferimento per il CAAD nell’individuare una o più soluzioni progettuali di adattamento degli ambienti domestici; soluzioni proposte in risposta non solo alle esigenze funzionali e sanitarie della persona ma anche in relazione alle potenzialità di accettazione dei cambiamenti, seppur migliorativi per l’accessibilità e per l’autonomia personale.
È proprio in questo passaggio che il progetto cambia natura: da idea diventa risposta con soluzioni reali. E quindi davvero utile, perché costruita a partire dai bisogni concreti di chi quello spazio lo vive ogni giorno. Così come è utile l’attività formativa e di aggiornamento svolta dalla rete CAAD, dedicata agli operatori dei Caad ma anche ai progettisti (con il riconoscimento di crediti formativi, in collaborazione con gli ordini professionali e i docenti universitari) sui temi dell’accessibilità degli spazi di vita quotidiana.

Quali sono oggi le principali criticità quando si parla di progettazione accessibile?

Il nodo principale resta quello normativo. Ancora oggi il riferimento più utilizzato è il DM 236 del 1989: è il decreto attuativo della Legge 13 dello stesso anno, una legge che ha avuto un ruolo fondamentale relativamente all’abbattimento delle barriere architettoniche, ma che fatica a stare al passo con l’evoluzione dei bisogni e dei modelli di vita contemporanei.
Il rischio concreto è quello di progettare spazi “a norma”, ma non davvero funzionali. Ambienti che rispettano formalmente le regole, ma che non riescono ed essere utilizzati dalle persone in difficoltà o non rispondono alle loro reali esigenze.
Un esempio evidente si trova in alcune strutture ricettive, dove le camere con bagno accessibile restano spesso vuote. Sono corrette dal punto di vista tecnico, ma poco accoglienti, perché richiamano più l’estetica delle strutture assistite che quella dell’ospitalità “for all”.
È qui che emerge il vero limite: non basta rispettare la norma, serve interpretarla. Occorre maggiore flessibilità progettuale e, soprattutto, un cambio di prospettiva capace di andare oltre il dato tecnico per restituire centralità all’esperienza delle persone. Ed anche per offrire a tutti l’accessibilità a prodotti e luoghi funzionali, ma curati anche nel design.

Il bagno è spesso uno degli ambienti più complessi della casa: perché assume un ruolo così centrale quando si parla di inclusione?

Perché è uno degli ambienti dove sono maggiori rischi di cadute, anche perché si tratta di spazi dove l’utilizzo dell’acqua è basilare per l’igiene personale, e quella che cade sul pavimento lo rende scivoloso e pericoloso; ma è anche quello in cui la privacy e le abitudini delle persone spesso devono essere modificate con cambiamenti necessari per l’accessibilità e la sicurezza. Proprio qui si misura davvero la qualità della progettazione, in equilibro tra funzionalità, sicurezza e comfort.
Il bagno, infatti, non dovrebbe essere pensato per esigenze specifiche o “di alcuni”, ma progettato fin dall’inizio per essere utilizzabile da tutti. Quando questo avviene, il risultato è uno spazio che non solo è sicuro e funzionale, ma anche esteticamente curato, capace di integrarsi armoniosamente nel contesto domestico.
Un bagno ben progettato non separa, non etichetta e non introduce differenze: funziona in modo naturale per chiunque lo utilizzi. È questa la vera inclusione.
E in ambito domestico il tema diventa ancora più evidente. Il bagno è uno spazio condiviso spesso da più persone della famiglia, o dal caregiver; più riesce a essere “per tutti”, più si trasforma in un luogo familiare, al pari della cucina o del soggiorno, contribuendo a rafforzare la dimensione quotidiana e relazionale della casa.

Abbiamo parlato di progettazione, norme e professionalità: in questo contesto emerge un elemento trasversale che fa davvero la differenza, la formazione.
Quanto è centrale oggi in questo settore?

La formazione è un fattore determinante. Progettare bene non è sufficiente: ciò che fa davvero la differenza è come quel progetto viene realizzato.
Molto spesso, infatti, le criticità emergono proprio in fase di cantiere, quando prodotti e soluzioni vengono installati seguendo logiche standard, senza considerare le specificità del progetto e delle persone che lo vivranno.
Per questo è fondamentale lavorare sulla formazione di tutta la filiera: progettisti, tecnici, artigiani. L’accessibilità non si esaurisce sulla carta, ma si costruisce lungo tutto il processo. Il progetto deve essere accompagnato fino alla sua realizzazione finale, mantenendo coerenza tra idea e risultato.

Se la formazione è così centrale lungo tutta la filiera, viene naturale chiedersi: le nuove generazioni sono davvero pronte ad affrontare questa sfida?

I segnali sono decisamente incoraggianti. Il lavoro portato avanti con le università restituisce l’immagine di una sensibilità in crescita, di un approccio più consapevole e aperto rispetto al passato.
Gli studenti, anche guidati da docenti lungimiranti, affrontano questi temi con uno sguardo meno rigido, meno legato a schemi tradizionali, e questo si riflette anche nei progetti che sviluppano. In particolare, le esperienze legate ai laboratori universitari raccontano un modo nuovo di interpretare l’accessibilità: più flessibile, più creativo e soprattutto più vicino alla realtà.
È proprio in questa apertura che si intravede il cambiamento più interessante: una generazione che non si limita ad applicare regole, ma prova a ripensarle, mettendo al centro le persone e il modo in cui vivono gli spazi.

Guardando al futuro, e alla necessità di aggiornare strumenti, norme e approcci, viene spontaneo chiedersi: da dove si riparte per costruire davvero un nuovo modello di accessibilità?

Si riparte dal metodo, ancora prima che dagli oggetti. Aggiornare le norme è certamente necessario, ma non può essere l’unico punto di intervento. Il rischio, altrimenti, è quello di inseguire il cambiamento senza riuscire davvero a governarlo.
Quello su cui è indispensabile continuare a lavorare è soprattutto la cultura del progetto: un approccio capace di tenere insieme visione, competenze e sensibilità, e di aprirsi a nuove direzioni.
È qui che si gioca la partita più importante, perché è dal metodo che può nascere un’evoluzione vera, duratura e realmente inclusiva; le soluzioni singole per essere ”educative” devono essere raccontate durante le formazioni e presentate come esempi virtuosi, Best Practices di riferimento.

Tra le direzioni che stanno emergendo, ce n’è una che considera particolarmente significativa?

Parlando sempre dell’ambiente bagno, c’è un ambito che oggi appare emblematico: quello degli spazi per l’infanzia. Ancora troppo spesso, i bagni dedicati ai più piccoli non sono progettati pensando davvero alla loro autonomia. E anche il DM 236/89 sopracitato, si rivolge alle persone adulte con disabilità.
Eppure, è proprio lì che si gioca una partita fondamentale. Le scuole dovrebbero essere anche il luogo in cui imparare a vivere gli spazi in modo indipendente, acquisendo naturalmente gesti e sicurezza. Perché l’autonomia non è qualcosa che si costruisce improvvisamente da adulti: è un percorso che inizia molto prima, in cui la fase educativa svolta durante le ore scolastiche è fondamentale.
E forse è proprio da qui che dovrebbe partire ogni riflessione sull’inclusione e sull’importanza dell’accessibilità perché essa sia garantita. Non si tratta di compensare un limite, ma di come accompagnare, fin dall’inizio, la crescita della libertà delle persone, anche quella per la scelta del proprio bagno, della casa, del luogo di vacanza o del negozio che piace di più o del bar dove prendere il caffè.
Una recentissima campagna per l’accessibilità è in corso, nel Comune di Bologna, per rendere accessibili le attività aperte al pubblico, attraverso le indicazioni delle “Linee guida sulla visitabilità” degli edifici aperti al pubblico (Allegato del Regolamento Edilizio del Comune di Bologna). Al tavolo di lavoro per la definizione di questo documento ho partecipato, come Aias Bologna ONLUS, insieme a colleghi di altre associazioni ed enti del territorio che lavorano sui temi dell’accessibilità, attraverso un percorso condiviso e avviato nel 2021. “Garantire l'accessibilità significa permettere a ogni persona di partecipare alla vita sociale in modo autonomo e dignitoso”, è la sintesi degli obiettivi di questo progetto comunale.

La foto di apertura mostra il tavolo dei relatori del convegno progettare l'accoglienza che si è tenuto lo scorso 27 marzo a Rimini durante la nuova fiera TechCARE Expo del Gruppo Maggioli; al centro è presente la ministra per la disabilità Alessandra Locatelli

ingegner Motolese esperta in accessibilità
Biografia
Maria Rosaria Motolese è un'esperta in accessibilità e progettazione per tutti, con un titolo di Phd in Ingegneria Civile. Lavora come consulente senior per AIAS Bologna e collabora con il Centro di Innovazione e Ricerca WeCareMore. Ha partecipato a diversi progetti di ricerca su innovazioni tecnologiche e servizi per gli anziani e per persone di disabilità, ed è attivamente coinvolta nella divulgazione e formazione nel campo dell'accessibilità e delle tecnologie assistive.

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